.

.

Wednesday, May 16, 2018

Germania 1 Maggio 2018: 100% rinnovabile



Il giorno 1 Maggio 2018 in Germania c’era il sole, era vacanza, e le rinnovabili hanno fornito il 100% dell’energia elettrica per un po piu di due ore. La generazione di energia alle ore 13:00 e’ stata di 53,987 megawatt-ore, e il consumo totale di 53,768 megawatt-ore.

I prezzi per un po sono andati in negativo. 

L’elettricita’ in quel frangente e’ venuta per il 52% dall’eolico; per il 37% dal solare e per il restante 11% da idroelettrico e da biomasse.

L'energia in piu' e' stata esportata nei paesi confinanti, ed il risultato e' che i prezzi sono andati in negativo per un po di tempo anche in Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Svizzera.

Se invece si fa la media per tutto il giorno del 1 Maggio 2018 la quota da rinnovabili in Germania e' stata di 71.4%.

Non e’ la prima volta che succede, visto che gia’ il 1 Gennaio 2018 c’era gia’ stato il 100% di energia non-fossile.

Uno dira’: beh grazie, erano chiuse tutte le fabbriche. Certo, e’ piu’ facile arrivare al 100% nei giorni di vacanza o di festa, ma il punto e’ che fino a pochi anni fa tutto questo non si pensava possibile. E se siamo arrivati fin qui, anche se per poche ore, anche se in un giorno di festa, e considerato che si tratta di un paese grande come la Germania, vuol dire che si puo’, e che si puo’ fare anche meglio per il futuro.

Un giorno ci arriveremo, al 100% tutti i giorni. E poi, quel 37% di energia solare? In Germania? Un numero incoraggiante, no?

Intanto per tutto il 2017, in Germania il 36% dell’elettricita’ e’ stata da rinnovabili.

Il dato non incoraggiante pero’ e’ che le emissioni di CO2 nel paese non sono calate, ma rimaste invariate nel corso degli scorsi 3 anni.

Perche’? Perche’ le turbine a vento sono per la maggior parte concentrate nel nord del paese e nel resto della Germania restano in azione molte centrali a carbone, che vanno a lignite, dalle emissioni particolarmente intense di CO2.

C’e’ allora molto da fare ancora, specie per garantire che l’elettricita’ da rinnovabile sia ben diffusa nel paese, con miglioramento della rete elettrica.

E cosi ministro Tedesco degli affari economici e dell’energia, Peter Altmaier, ricorda che occorre guardare oltre l'ottimo risultato e che ci vuole maggior capillarita’ nella capacita' di distribuzione.

Lo dicono e lo fanno. Perche' continua la costruzione del SuedOstLink, un cavo sotterraneo di 580 chilometri per connettere la Germania da nord a sud, di modo che l'elettricita' dal vento del nord possa arrivare piu' agevolemente verso sud.

Dal mio punto di vista la cosa interessante e’ che il progetto, sponsorizzato dall’UE, e’ stato inizialmente opposto dai residenti perche’ inizialmente si pensava di costruire il condotto elettrico in alto, come i normali fili della luce. La gente non lo voleva; il governo ha ascoltato i residenti, e ha deciso di sotterrarrlo.

E dunque ecco i due paesi: in Germania costruiscono cavi per meglio garantire l’arrivo dell’energia da rinnovabile delle case del paese; in Italia costruiamo gasdotti per meglio garantire alla SNAM autostrade del gas per vendere metano a svizzeri, francesi e olandesi.

Tuesday, May 15, 2018

I norvegesi della Statoil a trivellare la casa delle balene in Australia











The Bight includes a designated marine park, 
supporting some of the highest levels of marine diversity 
anywhere in Australia much of which 
is found nowhere else in the world.

Governo d'Australia

E' sempre facile fare le cose giuste, quando le cose sbagliate si fanno lontano e in silenzio e non le vede nessuno.

Chi puo' non ammirare la Norvegia per tutti i suoi ideali di difesa dell'ambiente, o per tutte le sue macchine elettriche, o anche per tutto il suo rispetto dei diritti umani?

Eppure non e' tutto rosa quello che luccica.
(Si lo so che si dice oro, ma volevo cambiare)

Perche' i signori della Statoil, la ditta di stato norvegese che ha appena cambiato nome in Equinor, adesso trivelleranno il Great Australian Bight, zona di surf, di turismo, di balene, di pace, di riserve, di biodiversita'.

Siamo nel mare che si estende da Adelaide nel sud del paese verso ovest.

La petrol-storia di questa zona e' travagliata e ne abbiamo anche gia' parlato qui tante volte.

La BP in particolare ne aveva combinate tante. Ci provava almeno dal 2012-2013 a trivellare qui, con almeno quattro pozzi esplorativi, tuttapposti di vario genere, "ampie consultazioni" con residenti e turisti, rassicurazioni su balene, sui tonni e pure il certificato dalla Ernst and Young.

Ma dopo tanti tira e molla, qui raccontati, si sono dovuti arrendere nel 2016 a causa delle pressioni e delle proteste popolari.

Anche la Chevron similmente imbrigliata con proteste varie si era arresa nel 2017. 

Ma che ne e' stato delle concessioni che pure il governo d'Australia gli aveva dato?

Beh, quelle della BP sono state vendute alla Statoil, appunto la ditta di petrolio di stato della Norvegia.

Ed eccoci.

Circa una settimana fa, il governo australiano rilascia 21 nuove concessioni ai petrolieri, proprio per i giacimenti nell' Australia occidentale, nell'Australia del sud, nello stato di Victoria e nelle isole Ashmore and Cartier.

Mmh...

Ma non stavano morendo tutte le barriere coralline? E continuano a rilasciare permessi a trivellare in mare?

E fra questi 21 progetti anche il nuovo della Statoil.


Il sindaco dell'isola di Kangaroo, Peter Clements, ha preso un aereo ed e' andato fino in Norvegia, culla del rispetto dei diritti umani e dell'ambiente, per parlare direttamente al meeting annuale della Statoil (che ora si chiama Equinor, perche' sono equi loro) per illustrare la sua contrarieta' alle trivelle nel suo mare.

Ha spiegato come e' del tutto assurdo voler trivellare acque pristine e pericolose. Ha spiegato che qui molte localita' costiere si sono espresse contro le trivelle, per i rischi che tutti bene conosciamo: turismo, pesca, immagine, salute. 

Non si sa cosa gli abbia risposto la Statoil/Equinor.

Dal canto loro gli attivisti d'Australia dicono che cosi come BP e Chevron se ne sono dovute andare, cosi sara pure per la Statoil.

The federal resources minister, Matt Canavan, said the acreage release was part of the government’s commitment to meeting Australia’s future energy needs.

E il governo d'Australia?

Continuano il cerchiobottismo cosi caro a politici e petrolieri. Tuttapposto, tutto si puo' fare. Interessante che a volte le concessioni nei mari difficili d'Australia vengano date a gruppi che non hanno nemmeno esperienza di trivelle in acque profonde.

Nonostante tutto, il ministro delle risorse federali d'Australia, Matt Canavan dice che il suo governo si impegna per un "safe and responsible development of oil and gas resources" e che questo serve al fabbisogno energetico del paese.

Caro Canavan: lo sviluppo safe e responsible delle risorse petrolifere non esiste, specie quando siamo in un mare dagli equilibri cosi delicati, perche' nessuno puo' prevedere l'imprevedibile, perche' basta un solo errore, una sola fatalita' per distruggere tutto.

Ma poi, Canavan non conosce il dramma della barriera corallina morente, nel suo paese? Non ci pensa ai cambiamenti climatici?  Non lo sa? Non gli importa?


Sunday, May 13, 2018

Oklahoma al fracking: dal 2010 ad oggi 2,724 terremoti di magnitudo superiore a tre. Uno al giorno.





I numeri sono semplici quanto chiari.

Oklahoma, fino al 2009: uno o due terremoti l’anno di intensita’ superiore alla magnitudo 3.0

Oklahoma, dal 2010 ad oggi: 2,724 terremoti in totale, circa uno al giorno, di intensita’ superiore alla magnitudo 3.0.

Per il 2018 siamo a quota 62.

L’anno record e’ stato il 2015, con la bellezza di 903 terremoti di intensita’ superiore a 3.0, cioe’ piu’ di due al giorno!

Perche’?

Ognuno puo’ invocare la divinita’ che meglio gradisce, ma l’evidenza punta in una sola direzione: trivelle, trivelle, e trivelle ancora. Da gas, da petrolio, da reiniezione.

E questo lo dice Jeremy Boak, il capo del Geological Survey dell’Oklahoma, una sorta di ente geologico statale. La maggior parte dei terremoti, nello specific sono dovuti alla iniezione di materiale di scarto sottoterra, altri, inferiori in numero, attribuibili direttamente al fracking, durante il quale le operazioni di immissione di fluidi di perforazione ad alta pressione porta a dissesti e squilibri che poi scatenano sismi.

Le cose a dire il vero sono un po migliorate dal 2015, perche’ in quell’anno gli enti predisposti hanno deciso di limitare i volumi ammessi di reiniezione sotterranea di scarti da petrolio. Pero' anche se in misura minore continuano a iniettare. E quindi, anche se in misura minore rispetto al 2015, i terremoti ci sono ancora. Appunto 62 dal primo dell'anno.

Sono per lo piu' "episodici" nel senso che si concentrano in determinate zone e in particolari periodi, come degli sciami sismici.

Il principale terremoto mai registrato qui e' stato nel Settembre del 2016, con magnitudo 5.8 nella citta' di Pawnee, un anno dopo le nuove regole del 2015.

I terremoti dovuti direttamente al fracking sono concentrati nelle zone cosiddette del South Central Oklahoma Oil Province nel centro-sud dello stato e nel Sooner Trend Anadarko Canadian and Kingfisher (STACK) play, nel centro dello stato.

In tutto il resto dello stato invece i terremoti sono dovuti alla reinizeione.

La roccia sotterranea dell'Oklahoma si chiama Arbuckle ed e' qui dove viene reniettata, ad alta pressione, la monnezza petrolifera. Sotto l'Arbuckle siede roccia non sedimentaria, principalmente granite dove invece stanno le faglie sismiche.

Ed e' qui il problema.

Se i petrolieri lo sapessero o no, la monnezza liquida inettata nello strato superiore, riesce ad infiltrarsi in quella inferiore, nella roccia non sedimentaria, attraversata da faglie sismiche. Questi fluidi scombussano le pressioni sotterranee e i loro equilibri e portano all'aumento dello scivolamento delle faglie l'una sull'altra, e a instabilita'.

Ovviamente tutto questo non succede dall'oggi al domani, ma ci sono sempre dei periodi di intervallo fra la reiniezione e il sisma -- sei mesi? un anno? di piu'? -- proprio per tutti i complicati processi geologici che devono accadere in mezzo. A volte non succede niente, nel senso che il sottosuolo trova un altro equilibrio senza generare scosse forte, ma non e' sempre cosi'.

Il risultato?

Appunto quel numero: 2,724 terremoti dal 2010 ad oggi.

Fra il 2004 e 2008 i volumi di monnezza sono raddoppiati.

Ovviamente non e' facile fare previsioni, perche' tante sono le variabili: la profondita' del pozzo, la durata delle attivita', l'orientazione delle faglie, la permeabilita' della roccia, i precisi dettagli del sottosuolo, l'idrodinamica dei fluidi e la loro composizione. Per esempio non si sa se i terremoti attuali siano figlie delle attivita' pre-2015 o se siano dovute alle trivelle attuali.

Di certo e' che piu' inietti piu' aumenti il rischio.

Intanto i petrolieri si sono fatti furbi, e iniziano a trivellare i loro pozzi di reiniezione ... lontani dall'Arbuckle.

Mica fessi.



Thursday, May 10, 2018

L'Italia "hub del gas" esporta ora in Svizzera. A seguire UK, Francia e Germania




"The Italian government which controls ENI 
by a way of 30% stake in the company 
is interested in turning Italy into a European gas hub."

Bloomberg news


“Italy is geographically and geologically very well positioned to act as a hub"

Marco Alvera, SNAM


Marco Alvera. Chi e' costui?

In due parole l'uomo che ha deciso di trasformare l'Italia in una autostrada del gas.

Marco Alvera e' il CEO della SNAM, la ditta che si occupa del gas in Italia e che e' stata a lungo una sussidiaria dell'ENI.

Ed e' anche l'uomo a cui dobbiamo un traguardo peculiare per l'Italia, di cui nessuno ha parlato.

Il giorno 14 Marzo 2018 infatti e' stato un giorno importante per noi, e per noi tutti a cui ENI e SNAM e compagnia varia vogliono appioppare progetti trivellanti e di trasporto gas in giro per lo stivale.

Di solito, fra i vari motivi delle trivelle e dei tubi in casa nostra, c'e' sempre l'idea, o la scusante, dello sviluppo nazionale, dell'uso delle "nostre risorse", dell'indipendenza energetica.

E cioe' di passare il concetto che senza tali infrastrutture la nostra bolletta energetica sara' maggiore, e che "meglio sfruttare le nostre risorse invece che comprarle dall'estero".

E con queste scuse via con oleodotti, tubi, centri oli e trivelle un po' dappertutto, senza mai il rispetto di chi vive vicino a tali oleodotti, tubi, centri oli e trivelle.

Il giorno 14 Marzo 2018 l'Italia per la prima volta e' diventata un *esportatore* di gas.

Si, abbiamo venduto il gas a paesi terzi.

Nello specifico e' da tale data che la Svizzera ha ricevuto circa 3 milioni di metri cubi di gas al giorno dall'Italia.

Qualcuno ne ha parlato? Qualcuno si e' scandalizzato? E l'interesse nazionale che fine ha fatto? O e' l'interesse dell'ENI e della SNAM che conta?

Questa cosa dell'Italia che diventa un esportatore di gas non nasce a caso. E' invece figlia di un progetto che da anni SNAM ed ENI portano avanti.

Trasformare l'Italia in un hub del gas.

Lo vanno dicendo dappertutto i manager dell'ENI e della SNAM. Dappertutto ma non nelle comunita' trivellande d'Italia.

E infatti la SNAM sta cercando di aumentare la flessibilita' e la sicurezza della propria rete di trasporto gas, di modo tale che il gas dall'Europa del sud (cos'e' l'Europa del sud? e' l'Italia?) e dell'Africa puo' arrivare piu' facilmente all'Europa centrale.

Non e' un idea di facile applicazione, visto che di solito siamo importatori di gas, dalla Russia principalmente, e che quindi occorre riconfigurare tutto l'aspetto logistico della rete di trasporto del gas in Italia.

Ad ogni modo, questa e' l'idea del CEO della SNAM, appunto Marco Alvera, che vuole "dare piu' opzioni" per soddisfare varie richieste e "dare piu' utilizzo agli impianti di stoccaggio in Italia".

Mmh.

Ecco qui. Hanno riempito l'Italia di depositi di stoccaggio, non sanno che farsene, e quindi perche' non usarli come "stazioni di servizio" mentre l'Italia viene trasformata in autostrada del gas?

E che importa che l'Italia e' abitata dagli italiani, che e' fraglie, sismica, che ha una storia e delle ambizioni che nulla hanno a che vedere con questi mostri del gas o con le ambizioni di Mr. Alvera.

E poi, perche' non parlarne con gli italiani?

Perche' non parlarne con quei poveretti che da mesi si battono contro le reti SNAM nel centro Italia gia' martoriato dal terremoto?

L'idea nello specifico e' collegare meglio il gas che in qualche modo e' geograficamente vicino al nostro paese, ai centri di UK e Olanda, dove gia' sorgono importanti hub del gas. E come detto sopra, si sono messi al lavoro per riconfigurare la rete del gas. Le valvole ed i controlli sono ora tali da poter gestire il flusso in due direzioni, da importazione e da esportazione.

Per quanto riguarda la Svizzera, la giunzione si trova presso il cosiddetto Gries Pass e la capacita' qui per ora e' di 5 milioni di metri cubi, che potranno aumentare a circa 40 milioni dopo vari aggiornamenti alla rete che saranno completati entro l'Ottobre del 2018.

Dopo di che la SNAM passera' ad esportare gas non solo in Svizzera, ma anche in Germania, Francia e Nord Europa.

Per la direzione inversa, Alvera, Mr. SNAM cerca di far arrivare in Italia piu' gas dalla zona del Mar Caspio e dal Nord Africa.

Perche'? Perche' ora il maggior fornitore di gas Italia e' la Russia, ma a causa delle instabilita' dell'area e di tensioni con Mosca, sia la Germania che il Regno Unito dicono di volersi svincolare dal gas russo e di voler cercare alternative.

Occasione ghiotta per la SNAM, no?

Facciamo venire questo gas dall'Italia!

E infatti la SNAM dice di volere aumentare i propri investimenti alla rete di trasporto das del 10% nei prossimi anni, con piu' di 5 miliardi di euro da spendere entro il 2021.

E non c'e' solo la SNAM.

Anche l'ENI ribadisce lo stesso concetto di Italia hub del gas.

Verso la seconda meta' di Aprile 2018, il CEO dell'ENI, Claudio Descalzi, annuncia il piano di investire 7 milardi di euro in Algeria in partnership con la ditta di stato algerina, Sonatrach per l'offhore del paese. Questo sulla scia dei 600 milioni di dollari gia' investiti in Algeria nel 2017 per importare circa 11 milardi di metri cubi di gas dal paese. Oltre all'Algeria ci sono Libya ed Azerbaijan.

Dal punto di vista dell'ENI invece, il progetto e' semplice: diversificare in modo tale che quando i prezzi del petrolio sono bassi, si e' sicuri di flusso di denaro dal gas.

Ecco, tutto questo con buona pace degli attivisti, dei terremoti, della precauzione, degli accordi di Parigi, della lotta ai cambiamenti climatici, dell'Italia giardino del mondo.




Wednesday, May 9, 2018

L'ENI a trivellare Algarve, fra i mari piu' belli del Portogallo

















Fa male al cuore, e fa vergogna all'Italia. 

Queste che descriviamo sono azioni fatte, per il 30%, in nome di noi tutti, 
cittadini d'Italia, e titolari di un terzo di questa ditta di morte chiamata ENI.  

----

Si chiama Algarve, ed e' la regione piu a sud del Portogallo. Ci sono qui spiagge e villaggi di pescatori dipinti di bianco, ci sono scogliere, ci sono ville, ci sono pescatori, ci sono surfisti. 

E' una delle zone piu' belle del turismo di Portogallo.

Ed e' anche una delle ultime mire dell'ENI. 

Partiamo dall'inizio. Le ditte che vogliono qui trivellare sono la benefattrice dell'umanita' ENI e la sua collega portoghese GALP.

Hanno firmato degli accordi per l'assegnazione delle concessioni circa dieci anni fa.  A quel tempo, nel 2007, le concessioni furono date dal governo di Lisbona alla Petrogal, una sussidiaria della GALP.

Nel 2014 arriva l'ENI, che firma un accordo con la Petrogal/GALP per sfruttare il giacimento
Sulla terraferma il parco naturale detto Costa Vicentina.

L'accordo e' che di questo consorzio, il 70% e' dell'ENI e il restante della GALP. La concessione occupa circa 9,100 chilometri quadrati.

Finalmente, nel Marzo del 2016 il consorzio ENI e GALP annunciano il loro intento di trivellare, con tutti i dettagli del caso, il mare offshore nei pressi della localita' Aljezur. Nel concreto si trattava di un pozzo esplorativo in acque profonde, e dunque di piu' difficile accesso, a 80 chilometri dalla citta' di Sines.

L'obiettivo era di trivellare i mari atlantici di Algarve entro Maggio 2018, cioe' ... cioe' adesso, con un investimento del costo di 100 milioni di dollari. La nave di appoggio dovrebbe essere la SAIPEM 12000.

A suo tempo, il portavoce dell'ENI, tale Franco Conticini, disse che le trivelle esplorative sarebbero durate per 45 giorni durante i quali recuperare campioni di petrolio da analizzare. Se il petrolio fosse stato buono e commercializzabile, sarebbe potuto arrivare il pozzo vero.

O i pozzi veri, perche' i di estrazione potrebbero essere molteplici, senza considerare anche i pozzi di reiniezione, dove appunto seppellire tutto il materiale di scarto ad alta pressione.
Sono poi subentrati ritardi, come spesso accade nel petrol-mondo, dove non si possono prevedere sempre andamento dei prezzi, venti politici ed altri accadimenti geo-politici-economici mondiali, e le trivelle non sono ancora veramente arrivate questo Maggio.

Non ancora. 

Perche' nell'ambiente dei trivellatori si parla di buone prospettive per l'estrazione dall'Algarve, preoccupando un po tutti i residenti e i turisti.

L'area come detto sopra e' meta di pellegrinaggi di surifisti e di amanti del mare, nonche' di pescatori. 

Ma le cose non sono cosi lineari.

A dicembre 2017 al consorzio ENI- GULP era stato richiesto di presentare uno studio di impatto ambientale, ma l'ENI mise in dicussione tale necessita', come anche la garanzia di 20 milioni di euro,
per la precisione 20,375,500 euro, e una speciale polizza assicurativa, in caso le cose andassero storto.

Ohhh, nooo. Giammai.

Le cose non vanno mai storte, no? Mai a nessuno, e men che meno all'ENI!
Perche' presentare studi, assicurazioni, garanzie?

Ovviamente le associazioni ambientaliste del Portogallo gia' in subbuglio, lo sono state ancora di piu'. Hanno raccolto 42,000 firme contro le trivelle ENI, e sono arrivati veti e divieti da varie localita' di Algarve.

Ma niente, il governo centrale non ci sente e le concessioni sono ancora li.

E non solo le concessioni sono ancora li, all'ENI e alla GULP sono state concesse pure delle estensioni per Lavagante, Santola e Gamba, a causa di "esigenze legali ed amministrative" e di "pubblico interesse" come ha detto il segretario dell'energia del Portogallo, Jorge Seguro Sanches.

Perche' c'e' il pubblico interesse? Non si sa, ma forse e' bene ricordare che il governo di Portogallo ha tirato su 76 milioni di euro con le concessioni petrolifere dell'Algarve nel corso di questi 10 anni e che quindi e' bene tenersi buoni i trivellatori. Alla fine, l'oceano non parla e non paga, i petrolieri si.

La vicenda e' del tutto simile a quelle italiche: con l'ENI che fa comunella con i politici, i ministri dell'energia, dell'ambiente, del mare, con la GALP e con varie agenzie governative, che rassicura sul tuttapposto, e che in fine dei conti si prende gioco della democrazia.

Esempio? Come racconta il gruppo ASMAA, associazione di attivisti contro i mostri ENI, c'e' stata una fase di consultazione pubblica gestita dall'ENI e durata per un mese e mezzo, dal 5 Marzo al 16 Aprile 2018, e che e' stata definita una "farsa" dall'ASMAA. Mmh.

Mi ricorda tanto le nostre consultazioni pubbliche, se e quando si siano mai fatte!  Dove si parla, parla, si promette, si rassicura ma poi alla fine ENI e compari fanno quel che vogliono e ignorano le richieste di buonsenso dei residenti e degli amanti di mare e natura.

La cosa interessante e' che in Portogallo come in Italia del resto, i politici fanno proclami a destra e a manca contro i cambiamenti climatici, ma poi quando si tratta di trivelle e di agire e di fermarle, non ci vedono e non ci sentono.

Il profumo dei soldi che rende profumate anche le trivelle, eh? 

E infatti anche qui il primo ministro António Costa nel 2016 annuncio' alla conferenza del clima a Marrakesh che il Portogallo sarebbe diventato carbon neutral entro il 2050. E poi due anni dopo .... estendono le concessioni petrolifere. Un controsenso no?

All'ENI non posso che ribadire tutto il mio schifo verso di loro, schifo che non e' dimunuito di un milligrammo in questi dieci anni del mio avere a che fare con loro. Ho voglia di dirlo a tutto il mondo in Portogallo e a chiunque voglia sentire e leggere, che non sono che una ditta di morte, di bugie, di scarsa trasparenza, di persone piccole piccole di vedute, di responsabilita', di amore, e che dovrebbero solo vergognarsi. 

Come vorrei avere il potere di fermarli. 


Tuesday, May 1, 2018

Gli autobus elettrici fanno paura ai petrolieri










Belgrado, Shanghai, Montreal, Seattle, Varsavia, Valparaiso (Cile), Siviglia, Mosca, Quebec City, Parigi, Glasgow,  Bogota', Winnipeg, Seoul, Santiago, Edinburgo, Pohang (Corea del Sud), Hong Kong, Bristol, Torino, Bengaluru (India), San Francisco, Pechino, Montevideo, Londra, Sumida (Giappone), Kitakyushu (Giappone), Eindhoven, Cracovia, Gothenburg, San Paolo.

E tante altre.

Cosa hanno in comune queste citta'?

Hanno tutte un qualche tipo di sistema di autobus elettrico.

Tante vero?

E fanno paura ai petrolieri.

Uno direbbe: sono solo autobus elettrici, e l'industria del petrolio e' cosi grande e cosi capillare che non possono certo dar fastidio a Shell e Chevron.

E invece non e' cosi. 

In Cina ogni cinque settimane un gruppo di autobus elettrici rimpiazza tanti quanti autobus sono in uso in tutta Londra, e cioe' 9,500 veicoli. Il 17% di tutta la flotta di autobus di Cina e' elettrico.

Grazie a tutti gli autobus elettrici del mondo, ogni giorno vengono consumati 279mila barili di petrolio in meno. E' tutto il petrol-consumo della Grecia.

E qusto e' adesso. E fra un anno, e fra cinque anni? Fin dove arrivera' la mobilita' elettrica sul lugo andare?

Tutto e' iniziato meno di dieci anni fa,  nel 2011.

Era una conferenza in Belgio.

Vennero presentati i primi modelli di autobus elettrici, e vennero derisi dal pubblico. Chissa' forse perche' il proponente era una ditta cinese, la BYD. Erano visti come curiosita', un giocattolo, non qualcosa da essere presi sul serio.

E invece.

Dopo sette anni, eccoci qui, con la sfilza di citta' con bus elettrici di cui sopra e chissa' quante altre.

A guidare tutto, la Cina grazie alla semplice potenza dei suoi numeri, e al mandato di smantellare gli autobus a diesel con nuovi, moderni mezzi elettrici.

Nel 2017 sul pianeta c'erano 385mila autobus elettrici. Di questi, 381mila ... in Cina. Di questi, il 13% e' stato costruito dalla BYD.

E autobus dopo autobus, l'industria del petrolio ne risente, anche perche' un autobus consuma 30 volte piu' di una automobile.  L'arrivo degli autobus elettrici ha avuto piu' impatto, in termini di minor CO2 e in termini di risparmio di energia fossile dell'arrivo della Tesla.
E le cose non potranno che continuare in questa direzione, considerato che tutte le citta' del mondo sono sotto pressione, con cittadini che chiedono miglioramenti alla qaualita' dell'aria, da Parigi a Nuova Dehli. E infatti la Cina guida il movimento perche' e' fra le piu' inquinate del mondo. Lo smog del paese e' responsabile della morte di un milione e seicentomila persone. 
 
Di Shenzhen abbiamo gia' parlato. Era tutto cosi inquinato qui che nel 2009 si penso' ad un progetto pilota per emissioni zero. A Dicembre 2017, tutti gli autobus della citta' sono stati elettrificati. Tutti significa piu' di sedicimila veicoli!

E basta solo guardarla l'aria per capire che gli autobus hanno fatto la loro parte: mentre in altre parti della Cina l'aria e' peggiorata, a Shenzhen e' migliorata.
 
Un altro passo verso il tramonto delle trivelle.


Sunday, April 29, 2018

Chernobyl: dopo 32 anni l'energia arrivera' dal sole

Chernobyl 2018: il sarcofago che copre il reattore nucleare esploso sulla sinistra; 
i pannelli solari sulla destra. 



Il sarcofago costruito nel 2016 

---

Dentro Chernobyl













Fuori Chernobyl 











Era il 25 Aprile 1986, quando il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl scoppio', rilasciando dieci volte il quantitativo radioattivo della bomba di Hiroshima. 

Morirono in 31; ci fu panico in tutta Europa, migliaia furono i morti attribuibili al nucleare lungo i decenni successivi. Vennero evacuati in 115,000 da un area di 2,500 chilometri quadrati.  La zona d'esclusione aveva un raggio di 30 chilometri dalla centrale e trasformo' la citta di Pripyat, dove vivevano tutti i lavoratori della centrale nucleare, in una ghost-town ferma al 1986.

Dopo 32 anni l'area e' ancora abbandonata, casa di improbabile vegetazione e fauna selvatica. Ogni tanto qualcuno va li a fare foto di un passato che non esiste piu' e di un presente spettrale, introspettivo, triste e toccante allo stesso tempo.  E' anche nata una specie di industria del turismo con circa 4,500 visitatori nel 2017.

In realta' attivita' nucleare non venne tutta fermata nel 1986. Il reattore 4, quello che scoppio', continuo' ad operare fino al 1990; e questo perche' era' piu' facile lasciare le barre di generazione di energia esaurirsi da sole piuttosto che entrare dentro la centrale e rimuoverle. Si sono spente da sole dopo quattro anni. Il reattore 2 venne chiuso nel 1991 dopo un incendio, il reattore 1 venne chiuso nel 1996, e finalmente il reattore 3 che continuo' ad operare fino al 2000.

Dal 2000 ad oggi Chernobyl non ha prodotto niente.

Fino ad oggi.



Perche' questa e' una storia di speranza.

E infatti e' poi arrivato Evgeny Variagine, con la sua Rodina Energy Group, e con il suo progetto "Solar Chernobyl".

Si, Solar Chernobyl. La centrale tornera' a produrre energia, ma non dal nucleare, quanto dal fotovoltatico.  

La Rodina Energy Group d'Ucraina con a capo Mr. Variagine ha creato una partenership nel 2017 con la ditta tedesca Enerparc per mettere su una centrale solare di un megawatt a cento metri dal reattore 2 abbandonato.

Solar Chernobyl e' un inizio. Costera' 1.2 milioni di dollari e portera' energia a 2000 famiglie, Fra sette anni i ricavati copriranno gli investimenti.

Dal canto suo il governo dell'Ucraina offre incentivi in termini di costi bassi per investitori, come per esempio per affittare i terreni (appunto abbandonato!) e alti ritorni per la generazione di energia che verra' immessa in rete.



L'idea e' partita nel 2016 quando il ministro dell'ecologia del paese annuncio' di volere riutlizzare circa 2,500 chilometri quadrati di terreno attorno a Chernobyl. La terra' e troppo radioattiva per l'agricoltura, e anche per viverci, ma ci sono ancora linee elettriche degli anni settanta ed ottanta che connettevano la centrale di Chernobyl ad altre citta' piu' lontane e che possono ancora essere usate.




E di qui l'idea del solare, per di trasformare l'area in qualcosa di piu' produttivo.

Sorgeranno qui 3,800 pannelli solari, fissati su strati di cemento e non scavati nel terreno, perche e' vietato. Sul fondo, il reattore numero 4 coperto dal “sarcofago” costruito da un consorzio francese nel 2016 e costato 1.5 miliardi di euro. Il sarcofago e' ermeticamente sigillato; dentro ci sono impianti controllabili in remoto che hanno finalmente smantellato il reattore interno. La struttura e' pensata per contenere qualsiasi altro rilascio reattivo dal reattore 4. E' stato anche costruito un nuovo impianto per lo stoccaggio di materiale radioattivo.

Rodinia ed Enerparc verranno pagate 15 centesimi di euro per ogni kilowatt-ora generata fino al 2030. Questo e' circa il 40% in piu' rispetto ai costi medi del resto d'Europa, a causa ovviamente dei rischi e del fatto che il sito non e' ottimale. Per Rodina ed Enerparc e' un buon affare, ed infatti, l'idea e' di sviluppare altri 99 megawatt di energia solare, per arrivare da uno a cento megawatt.

Al momento l'Ucraina ha dodici impianti nucleari arrivi e altre tre centrali solari:  due in Crimea, Okhotnykovo e Perovo Solar Parks, costruite nel 2011 e che generano 82 e 100 megawatt ciascuna. Nel 2012 invece e' stata costruita Starokozache Solar Park ad Odessa, con 42 megawatt. Le prime due pero' sono state perse nel 2014 con l'annessione della Crimea alla Russia. E non solo, adesso il gas russo non arriva piu' in Ucraina e cosi' Chernobyl puo' anche rappresentare un passo in avanti verso la generazione di energia "made in Ucraina" e non importata dalla Russia.

Altre ditte hanno espresso interesse a generare energia dal sole a Chernobyl: la Engie Sa di Francia, addirittura pensa di creare un progetto da mille megawatt. Come possono mancare i cinesi? E infatti ci sono ben due ditte che da Pechino vogliono venire ad investire qui: la GCL System Integration Technology e la China National Complete Engineering Corporation.

In totale ci sono 60 richieste. 

Dal canto suo, la Rodina sviluppa progetti solari in Ucraina, Bielorussia, Turchia, Armenia e Kazakhstan, avendo installato circa 150 megawatt in totale. Fra queste, il progetto di Bielorussia da 4.2 megawatt che e' nella zona di esclusione di Chernobyl.

Il piano originale per Chernobyl era di costruire 12 reattori. Nel 1986 erano funzionali il reattore 1, 2, 3 e 4. Il 5 e il 6 erano in costruzione. Il 7 e l'8 erano in progettazione. E poi lo scoppio.

Nel 1986 Chernobyl quei quattro reattori generavano mille megawatt l'uno - un totale di 4 gigawatt.

Nel 2018 Chernobyl quell'unica centrale solare generera' un megawatt di energia. 

Siamo ovviamente molto lontani da cio' che si produceva qui 32 anni da, ma chissa' che con tutta questa attivita', idee,  voglia di fare, e magari con un po di tempo, che il sole non possa arrivare a superare l'energia generata dall'atomo.

Senza radioattivizzare nessuno.